Intervista a Dino Vollaro

Partendo dall’assoluto assunto che a nessuno verrebbe mai in mente di intervistarmi, allora lo faccio da me.
Mi faccio un selfie.
Mi auto-intervisto.
Sai che faccio? Mi dò un colpo di telefono per fissarmi un appuntamento. Sì, però sarà il caso mi sbrighi, dopo una certa ora metto il telefono in mute e va a finire che se mi telefono non vedo la chiamata.
Il cellulare è occupato. Succede sempre quando mi chiamo.
Provo a casa.
Libero.
Meno male, dai che forse ce la faccio a strapparmi un’intervista.
«Sì?» rispondo un po’ scocciato.
«Il signor Dino Vollaro?» la voce di miele calma sempre gli animi.
«Sì, chi parla?»
Visto?
«Buongiorno, sono Dino Vollaro…»
«Buongiorno a lei signor Vollaro!»
«Mi perdoni se la disturbo a quest’ora signor Vollaro…»
«Non si preoccupi signor Vollaro, mi dica pure. »
«E’ presto detto. La contatto per conto di CentiMetro, il famoso quotidiano che can-cella le distanze…»
«Ottima testata, la conosco. »
«Grazie signor Vollaro…»
«Non c’è bisogno di ringraziare, signor Vollaro, è semplicemente quello che penso. »
«La contatto per verificare se ci fosse o meno la possibilità che lei ci concedesse l’esclusiva di un’intervista. »
«Certo.»
«E quando?»
«Va bene, diciamo adesso?»
«Certo signor Vollaro.»
«Allora prego, signor Vollaro, a lei la prima mossa… anzi la prima domanda.»
«Le devo confessare che mi ha preso alla sprovvista, sa…»
«Preferisce richiamarmi domani, ma non posso assicurarle adesso di avere tempo per lei domani, lei provi…»
«No, no… signor Vollaro!»
«Forza allora!»
«Innanzitutto signor Vollaro, a nome di tutti i nostri lettori la vorrei ringraziare per la disponibilità che…»
«La prego signor Vollaro veniamo al sodo. Non stiamo qui a ricamare… a leccare i culi!»
«Mi scusi, signor Vollaro. Volevo iniziare con questa domanda: oggi come oggi che senso ha fare teatro? »
«Grazie per la domanda… le devo un favore, sì perché giusto appunto tredici giorni fa mi stavo ponendo la medesima domanda. Oggi come oggi l’oggi è come l’oggi o come un tamagogi un po’ tamarro e figlio di una delle due Goggi. Quale? Poi, caro signor Vollaro, ci ho pensato a lungo e ho capito. Ho capito che mentre la mia bocca diceva Goggi la mia mente pensava Poggi, il mio maestro delle elementari. Persona un po’ pedante e pederasta che per quei tempi, considerando che il sant’uomo aveva anche una figlia a carico, era un bell’ardire. In tutti i sensi. Anche esattamente nel senso che può avere il fare del teatro senza senso che perde i sensi senza mai trovare quella sensazione di sensale sensibilità tipica dei sensi unici, o alternati. »
«Mi scusi, ma in che senso? »
«Nel senso sensazionale del sentimento teatrale diffuso dal dissesto senile. Almeno questo è quello che sosteneva il maestro Poggi: cioè, attenzione, intendo dire che il teatro non deve avere un senso, perché il senso di solito è unico e quindi forzato e queste due parole non si addicono alla forma d’espressione teatrale che vorremmo fosse accademica ma che in realtà non deve esserlo perché il palcoscenico ama la polvere e non la muffa. »
«Già, ma lei, lei signor Vollaro, con il suo teatro cosa vuole trasmettere in realtà? La realtà? »
«Non dica cazzate, per favore… la facevo più arguto, caro signor Vollaro! »
«Adesso, non mi sembra che…»
«Mi lascia rispondere o si vuole rispondere da solo? »
«Prego»
«Io, come tutti del resto, trasmetto o meglio credo di trasmettere o ancor meglio spe-ro di trasmettere l’unica cosa che realmente mi appartiene: il mio vuoto dell’anima. Vede, ogni uomo possiede un proprio desolato e amato vuoto. Ed è questo che l’uomo offre: il proprio spazio interiore, un non luogo da popolare, da ascoltare, da immaginare popolato da altri vuoti che, pur continuando a moltiplicarsi, non si riempiono mai. Si amano, si cercano, si respingono ma vuoti rimarranno. Perché, mi chiederà lei…»
Ma io non ho nessuna intenzione di chiedermelo, anche se sospetto che me lo dirò ugualmente.
«…perché?… »
Come da copione!
«…perché, solo ciò che è incompiuto e imperfetto è sempre in continuo movimento. Vivo. Pulsante. Al contrario, ciò che è perfetto è arrivato, fermo. Stagnante. Morto. Questo offro, un moto perpetuo, ma badi bene, involontariamente e ineluttabilmente e senza mentire perché in realtà non ne sono consapevole. »
«Capisco. »
«Mi permetta di dubitarne. »
«Mi dica signor Vollaro, com’è fare teatro a Milano? Nella misura in cui o in defini-tiva… Com’è? »
«Mi scusi, ma la pagano per andare in giro a fare queste domande del cazzo, dal vago sapore di merda? Si vede che le non ha un vuoto da riempire. Lei è il vuoto! »
«Io la ringrazio per i complimenti…»
«Mi scusi sa, forse ho ecceduto, ma secondo lei che cazzo vuol dire fare teatro a Milano? Perché lei forse sa cosa vuol dire fare il circo a Pesaro o fare del cinema a Mazara del Vallo? E se le chiedessi com’è fare il curling a Sabaudia, lei cosa mi risponderebbe? Sentiamo? »
«Qualcosa. »
«Qualcosa, cosa? »
«Senta, il giornalista sono io e se permette le domande le faccio io. »
«E dove stà scritto che il giornalista debba per forza fare domande del cazzo? »
«E’ risaputo! »
«Ah beh, allora si becchi una risposta di merda! Allora com’è fare teatro a Milano… considerando che Como non è distante e Varese è relativamente vicina, possiamo arguire senza fallo che Milano potrebbe dare di più. Potrebbe accogliere meglio e con maggior im-peto ricettivo tutte le smanie e pulsioni creative ed espressive della sua cittadinanza. Perché, a mio modesto e maldestro avviso Milano è, o quanto meno sarebbe, in grado di non porsi limitazioni e pronta per prefigurarsi come mission l’abbattimento dei costrittivi confini spazio-temporali che una città come la nostra, affetta da expotismo, sta’ subendo in questi anni. E sa perché? »
«No. »
«E stia zitto che non capisce un cazzo! »
Se vado avanti così mi insulto.
«Perché ormai tutti vogliono fare teatro. Tutti vogliono salire sul palcoscenico e di questo passo non ci sarà più nessuno a fare il pubblico. La gente sarà tutta ammassata dietro le quinte. E quando quel giorno verrà, si spegneranno le luci del palcoscenico e si accenderanno quelle in platea. Perché finalmente lì… tra le consunte poltrone in vellutino rosso potrà iniziare il vero spettacolo. »
«Ma vaffanc…»
Click
«Signor Vollaro… signor Vollaro… pronto, mi sente… ma tu guarda che razza di ignoranti che ci sono in giro. Crepa!»